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La controversia del politically correct.

  • 7 mar 2016
  • Tempo di lettura: 2 min

Questi benpensanti dovevano assolutamente coprire i corpi lubrici delle giovani letterine di Passaparola.

Questo, signori miei per le donne è degradante, per cui per carità, copritele bene.

Il consiglio è stato preso al volo da chi di dovere, infatti dal 2006 nel programma che conduce Carlo Conti, l'Eredità, le vallette non si chiamano più ereditiere, ma professoresse e questo secondo me è offensivo più dello show dei corpi, che vengono ora pudicamente coperti da jeans, camicie e vestiti lunghi per dare, concedere anzi, dignità alla 'donna'. Ebbene sì, dopo anni di scioperi e battaglie, dopo le suffragette, siamo ancora qui nel 2016 non nelle sere tempestose come nella canzone della Mannoia, ma qui a farci spogliare e poi rivestire con i maschi che ci agitano davanti il sonaglio della dignità.

Eppure un tempo si poteva ridere delle donne.

Non sarà che prima c'era la tendenza a offenderci di meno? Siamo professoresse, che volete farci?

Di che ridevamo poi? Ah sì l'handicap era tanto divertente. Oggi non più. Non è che ci facessimo grasse risate a scapito dei più sfortunati, dico solo che non era tabù fare battute offensive chiamando qualcuno handicappato. Come in questo spezzone di Delitto in formula uno (Corbucci - 1984)

Forse non era carino, ma caspita non era così grave. Oggi per una battuta del genere ti tiri dietro l'ira funesta delle associazioni dei disabili e possibilmente una denuncia.

Il mondo è cambiato in meglio? Forse sì. Vedo i Nazi-pro-Gender annuiscono soddisfatti. Abbiamo imparato a metterci nei panni degli altri, siamo più sensibili. Tutto ciò non può che essere un bene e poi a pensarci faceva ridere sul serio? Sì, ma a chi? Non certo a chi veniva cinicamente e impietosamente preso di mira da tali battute di bassa, bassissima lega.

Il dilemma del terzo millennio è: di cosa abbiamo il diritto di ridere e di cosa no? Non sarà che si pecca di bigottismo pur di non fare torto a nessuno?

Ma allora una risata ce la possiamo fare? Lecito? Ma che cavolo...

Cos'è che possiamo tranquillamente dissacrare e cosa invece per un sorriso al momento sbagliato ci condannerà alla berlina?

Oppure eravamo razzisti e non lo sapevamo?

Certo adesso, con la consapevolezza della maturità e dei tempi che corrono, rivedendo le scene di Delitto al Blue Gay (Corbucci -1984) ci accorgiamo che qualcosa stride. Molte delle battute non sono propriamente divertenti, ovvero lo sono ma non dovrebbero.

Ci divertiamo solo sentendoci parte della massa della maggioranza di bianchi, maschi, eterosessuali, normodotati o se per un minuto ci dimentichiamo di una delle caratteristiche che ci relega nelle infauste minoranze e ci lasciamo trascinare dalla magia dell'intrattenimento assoluto del trash italiano anni 80.

Insomma, checché ne possiamo dire, la controversia rimane. A voi l'ardua sentenza.


 
 
 

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